LA PALLACANESTRO LIVORNESE NEL MONDO

 

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QUANDO LA PALLACANESTRO LIVORNESE DIVENTA LEGGENDA

 

Quando la pallacanestro livornese diventa leggenda. Possiamo usare tranquilissimamente queste parole per parlare della pallacanestro livornese nel mondo. In questa pagina non ci saranno foto, video o statistiche ma semplici parole dette da grandi campioni e che richiamano, da qualsiasi parte del mondo, il nome di Livorno in questo sport.

 

 

GIORNALE "LA GAZZETTA DELLO SPORT"
DATA 19 GIUGNO 2002
PERSONAGGIO KOBE BRYANT
Bryant, l'italiano dei Lakers

 

"Ho iniziato a giocare e imparato tante cose: da voi potrei anche tornare a vivere. Chi mi ricordo del basket? Fantozzi" "Sono legato a Reggio Emilia. Non ho più fatto 63 punti come lì a 10 anni" Parla ancora la nostra lingua e tiene al Milan. E Promette: "Sarò ad Atene 2006".

LA STORIA / Uno dei più grandi cestisti del mondo ha passato la sua infanzia nel nostro paese Bryant, l'italiano dei Lakers "Ho iniziato a giocare e imparato tante cose: da voi potrei tornare a vivere. Chi mi ricordo del basket? Fantozzi" "Sono legato a Reggio Emilia. Non ho più fatto 63 punti come lì a 10 annii". Parla ancora la nostra lingua, tiene al Milan. E promette: "Sarò ad Atene 2006". Una volta Shaq si chiamava Marco Morani e Phil Jackson era Mauro Cantarella, allenatore del gruppo propaganda delle Cantine Riunite. Il piccolo Kobe aveva un anno in meno, ma poteva giocare con i più grandi grazie a uno splendido tiro consapevole che il suo big man e un altro suo compagno di squadra americano, Christopher Ward, fossero più bravi di lui e quindi meritevoli di ricevere i suoi passaggi. La stagione sfortunatamente non si trasformò in threepeat: le Riunite vinsero il campionato provinciale ma persero in semifinale con la Virtus Bologna. Dieci anni dopo, quando Morani era tornato Shaq e coach Cantarella s'era trasformato nel Master Zen Jackson, Kobe Bryant ha vinto il suo primo titolo Nba con i Los Angeles Lakers. Ma l'Italia è rimasta nel suo cuore: sette stagioni vissute in giro per la penisola, con papà Jellybean, mamma e le sorelle, a scuola, sui campetti, con gli amici e, ovviamente, parlando soltanto italiano. Lo hanno visto tutti i tifosi d'Italia, senza immaginare chi fosse e cosa sarebbe potuto diventare, quando prima e durante l'intervallo delle partite del padre, andava su e giù per il campo a tirare. All'inizio piccolissimo, poi sempre più grande e bravo. Kobe Bryant parla ancora italiano. E' arrugginito, non si ricorda certe parole, ma se stesse un mese da noi ricomincerebbe a utilizzarlo fluentemente. "A Los Angeles nessuno lo sa - racconta - mio padre lo mastica poco. Dovrei parlarlo con le mie sorelle ma loro ormai hanno la loro vita e io la mia". Quando era tornato negli Stati Uniti, la sua lontananza per 7 anni dagli Usa gli aveva provocato qualche problema (la sua pronuncia americana era un pò strana) avvolgendolo, però, in un manto di originalità e mistero. Poteva dire di tenere la Divina Commedia sul comodino, usare parole e concetti inusuali. Certo non aveva la testa di un tredicenne nato negli Stati Uniti. "L'Italia è il posto dove ho iniziato a giocare e ho imparato tante cose - raccontava nella nostra lingua in un incontro durante le finali Nba - sono contento che gli italiani mi seguino con affetto, continuate a farlo. Ho fatto parte di tutte le squadrette giovanili delle società nella quali mio padre giocava, ho iniziato a 6 anni a Rieti. Ha 10 anni, una volta, ho realizzato 63 punti che resta il massimo che sia mai riuscito a fare in una sola partita a qualsiasi livello. Quella che ricordo più di tutti, perché è stata l'ultima ed ero già grande, e stata Reggi Emilia. E dove ci sono le persone a cui sono più legato. Quando vengo in Italia cerco di salutarle". Su Kobe ci sono state leggende che abbiamo contribuito a divulgare, sbagliando. Una è quella del suo numero di maglia, l' 8. Spesso è stata venduta come un tributo dei suoi anni in Italia a Mike D'Antoni: "Mi spiace per Mike, ma lui non c'entra. All'high school avevo il numero 33 che ai Lakers era quello ritirato di Jabbar. Ma a un importante camp estivo, quando ero al liceo, mi diedero il 143. Ho fatto la somma ed è venuto fuori l' 8. Piuttosto il mio idolo in Italia era Alessandro Fantozzi". Bryant non sa che Sandro è ancora un mito ultraquarantenne di Capo d'Orlando: "E' come John Stockton...". I ricordi esagerano. Ci dà anche due notizie. La prima: "Finora non ho mai partecipato a Mondiali o Olimpiadi, le stagioni sono lunge, bisogna selezionare gli impegni e, d'estate, riposare e migliorare. Ma ad Atene, nel 2004, ci sarò". La seconda: "L'Italia è sempre nel mio cuore e sono felice ogni volta che posso tornarci. Potrei anche decidere di venire a vivere lì e non è escluso che possa finire la carriera da voi, non so a quanti anni, se 30, 35 o 40". Intanto di italiana c'è la sua Ferrari nera che usa come una smart per andare agli allenamenti a El Segundo e che parcheggia al fianco del camioncino di Shaq. Le finali 2002 rappresentano l'entrata nella maturità. A soli 23 anni, Kobe è riuscito a sfruttare tutto l'incredibile talento mettendolo, però, totalmente al servizio dei Lakers. Cosa che, contro i Nets, ha significato fondamentalmente che O'Neal fosse l'opzione principale per ricoprire mirabilmente la parte del numero due, anche se a 26 punti di media e con una presenza fondamentale nei finali di partita. E' stato il passo più difficile della sua carriera. "Ho capito il mio ruolo perfettamente - dice -. Abbiamo compiuto un lungo viaggio per arrivare qui, con molti alti e bassi, ma tutti abbiamo compreso chiaramente quale fosse il nostro posto in questa squadra e da quel momento è andato tutto liscio". Adesso dice cose sorprendenti fino a pochi mesi fa, quando i Lakers erano dilaniati dalla sua lotta con Shaq: "Nessuno al mondo domina il gioco come Shaquille e fino a quando sarà in campo, l'attacco deve svilupparsi passando attraverso lui. Perché è lì e per il solo fatto che gioca, ho maggiori opportunità di essere libero nelle occasioni che nessun altro giocatore della Nba può avere". Un Bryant così, prima di oggi lo aveva visto soltanto coach Cantarella, stracitato dalle telecronache di Telepiù e intervistato da Fox Sports e Espn come mentore di Kobe ai tempi di Reggio Emilia. Quando Kobe passava a Morani, ora commerciante, e a Ward, che sta per laurearsi in ingegneria. E sognava Fantozzi e faceva il tifo per il Milan. Poi è diventato come Mike.

LUCA CHIABOTTI


GIORNALE

"CORRIERE DELLA SERA"
DATA 5 GIUGNO 2008
PERSONAGGIO MIKE D'ANTONI
D'Antoni: "Se posso vi rubo Gallinari"

 

DAL NOSTRO INVIATO A GREENBURGH (NEW YORK) - Il primo giorno di scuola è un bel macello: una casa da trovare ("Diavolo che prezzi...". Ma dai, Mike, con 6 milioni di dollari a stagione...), volti da conoscere, un orizzonte da fissare a nord di New York, dove i Knicks di basket hanno campo d'allenamento e uffici, in comune con i cugini dell'hockey e del baseball. Chi lavora per le squadra "pro" di New York, vive qui, in un "nulla" affogato nel verde. Manhattan è a un'ora di auto e ci si va giusto per le partite al Madison. Mike D'Antoni è appena giunto da Phoenix, con baracca e burattini. Dopo le ottime stagioni e il "quasi trionfo" in Arizona alla guida dei Suns, cercherà di svegliare la bella addormentata del basket e di addentare la Grande Mela, che da 35 anni, avvelena chi la morsica. Mike D'Antoni è alla sfida della carriera? "Non più di quelle a Milano e a Treviso. O a Phoenix". Bill Bradley e Mike D'Antoni: tra l'Olimpia e New York c'è un filo che passa attraverso due simboli del basket di Milano? "E' vero. Ma non conosco Bradley di persona, spero di farlo presto, mi gaserbbe". Si sarebbe mai immaginato di arrivare così in alto? "La Nba nemmeno la sognavo". La cucina di casa, la mamma che riceve Ethel Kennedy durante la campagna elettoriale di Jfk, le riunioni di famiglia davanti al tavolo da pranzo: è vero che molto della sua vita si è deciso lì? "Si, la mamma era un'attivista. La sua vivacità è stata contagiosa". D'Antoni, dunque, è di fede democratica. "Non possi sbilanciarmi, sennò i repubblicani di New York mi ammazzano. E poi a Phoenix avevo a fianco McCain, che veniva a vederci". Citiamo suo fratello Dan: "C'è chi ama guardare le montagne e chi preferisce scalarle: Mike le scala". "Ci sta, rende l'idea". La sua forza è divertirsi a fare il contrario di quanto fanno gli altri. "Non è voluto, non mi sento fenomeno. Ma per principio non accetto le cose senza ragionarci sopra". Lei ha un merito: non etichetta mai un giocatore. "Si, è la lezione imparata dal basket europeo. Ha usato proprio me: in America era considerato un realizzatore scarso, a Milano sono diventato il miglior marcatore di ogni epoca dell'Olimpia". I Kincks hanno vinto appena 23 partite: come si fa a non sudare freddo? "Basterà vincerne...24. No, la paura viene dopo. Noi abbiamo più talento di quel che sembra. lo scoverò. Però ripassate a dicembre, magari mi vorranno sparare addosso..." Phoenix un'incompiuta? "No. Abbiamo giocato bene, mi sono tolte delle soddisfazioni. Dicevano che non saremmo durati. Ho smentito tutti, anche se è mancato l'ultimo tassello: il titolo Nba. Finalmente i detrattori hanno trovato qualcosa che dà loro ragione. Forse, vincere lì non era possibile". Ai Suns soffierà Steve Nash, il suo allenatore in campo? A New york gioca con amici in una squadretta di calcio..."Così Steve starà un pò con noi e un pò con loro?(risata). Comunque, è impossibile: Nash rimane dov'è". Tra un anno prenderà LeBron James: è vero? "Non parlo di giocatori sotto contratto" (ma la smorfia sotto i baffi fa capire tutto). Allora confessi: nel draft sceglierà Gallinari. "Vittorio? Troppo vecchio. E poi non segna mai...". Ma no, il figlio: Danilo. "Se ha il cervello e il cuore del padre, certo che potrei prenderlo. Ha classe ed è uno dei sei-sette giocatori che stiamo valutando: Danilo sarà scelto tra i primi dieci e noi saremo i sesti a chiamare..." L'itanialità di D'Antoni si è smarrita? "Per nulla. Semplicemente non ho tempo di pensarci. Ma sono in debito con l'Italia: mi ha cambiato, non potrò mai allontanarmi da essa; un giorno magari torno a viverci". Lo sa che Giorgio Armani sta comperando l'Olimpia? "Ho sentito. Meno male, almeno ci si vestirà bene...". Prima dei Knicks, però, arriveranno i Giochi. "Farò di nuovo il vice. A Pechino portiamo sia James sia Bryant, il meglio del meglio. Ma non sarà facile". Quanto pensa che la lasceranno respirare a New York? "Due o tre partite non me le leva nessuno". E se le tireranno le pietre? "Dopo che hai giocato a Livorno, non temi più nulla". Crede davvero al titolo Nba? "Non ora. Sarà nostro entro quattro anni".

FLAVIO VANETTI


SITO INTERNET WWW.BASKETNET.IT
DATA 9 GIUGNO 2008
PERSONAGGIO DAN PETERSON
Giganti del Basket (121): Ing. Gilberto Boris

 

Giganti del Basket (121): Ing. Gilberto Boris. Il basket a Livorno ha avuto diversi grandi personaggi, uomini di grandissima importanza nella storia della pallacanestro italiana: allenatori come Kako Benvenuti e Otello Formigli; giocatori come Dado Lombardi e Sauro Bufalini. E' certo che sto dimenticando qualcuno ma quei quattro nomi sono abbastanza da rendere l'idea di ciò che voglio dire. Insieme a loro, bisogna mettere il nome dell'Ing. Gilberto Boris, il deus ex machina della Libertas Livorno per oltre 30 anni, anche se non ha mai voluto il titolo di Presidente, bensì quello di Procuratore Generale oppure Amministratore Delegato. Ma non si sbaglia: il capo era lui.

 

Come tutti i dirigenti dell'epoca, è entrato nel basket per passione. E' venuto poco dopo l'inizio del basket a Livorno, almeno al livello di grande organizzazione, nel 1956-57. Ha guidato la squadra tra promozione e retrocessioni all'inizio, anche il passaggio dai campi aperti a quelli coperti nel 1959-60, e ha saputo arrangiarsi andando ai "Pallini" di Livorno, fabbrica di "pallini" di caccia! L'anno dopo, 1960-61, aprono il palazzetto di via dei Pensieri, capienza...700. Tempi eroici, insomma, e l'eroe principale era l'Ing. Boris. Lo stesso anno, il lavoro con i giovani dà risultato: Scudetto Juoniores, battendo la Simmenthal Milano in finale..

 

Dopo lunghi anni in costruzione, in "Prima Serie", nel 1965-66, raggiunge la prima promozione in serie A. Ai tempi, era una cosa fragile per le squadre neo-promosse. Infatti, dopo due anni in A, il ritorno in B dopo il 1967-68. Due anni più tardi, un'altra promozione, con grande fatica, ma con ragazzi da Livorno e dintorni, molti dal loro vivaio. Ha ruotato diversi allenatori: Otello Formigli, Silvio Gatti, Mauro Baroncini. Poi, lo spareggio con Ciecchi Biella e Virtus Norda Bologna nel 1970-71, con la delusione di un'altra retrocessione. Ma l'Ing. Boris non molla e apre il palazzo di via Allende, 4200 posti, nel 1976-77 e sfiora la promozione in A2.

 

Nel 1980-81, torna in A, in A2 per l'esattezza. Si salva con il 12° posto. Nel 1981-82, la Libertas Livorno fa il primo play-off, facendo il 4° posto in A2, poi incontrando la Virtus Bologna negli ottavi, dov'è uscita. Nota personale: Nel 1982-83, Livorno non fa il play-off ma ci costa (noi, Olimpia Billy Milano) lo scudetto, sbancando il Palalido per un punto con un canestro da 20 metri da Roberto Paleari, con il grande Ezio Cardaioli in panchina. Ci è costato primo posto e scudetto. Mi fa male ancora pensarci. Nel 1983-84, ancora i play-off, fuori ai quarti con Cantù dopo aver vinto gli ottavi con Rimini. Orami, 25 anni di lavoro stanno dando risultato.

 

Nel 1984-85, playoffs ancora, uscendo con Caserta negli ottavi. Poi, arriva Alberto Bucci come coach. Fanno gli ottavi nel 1985-86; ottavi 1986-87; ai quarti nel 1987-88; poi il capolavoro. Libertas Enichem Livorno fa il 2° posto in A1, poi la finale contro l'Olimpia Philips Milano, fino a Gara 5, con polemica alla fine: valido o non valido il canestro di Andrea Forti allo scadere del tempo? Qualcuno dice che Livorno era Campione d'Italia per sei minuti, poi la doccia fredda. Ma non cambia il fatto che l'Ing. Gilberto Boris, poi uscito nel 1990-91. Le pagine scritte da lui rimangono come patrimonio per il basket labronico, un monumento che vive ancora.

DAN PETERSON


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